Il Salvabanche di Renzi e Boschi compie un anno: storia di una catastrofe italiana

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Siamo a un anno esatto da quella domenica notte che ha cambiato per sempre il rapporto in Italia tra politica, intermediari e risparmio privato. Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Banca Marche, Cariferrara, Carichieti fecero da cavie per un primo assaggio di bail-in, malgrado il meccanismo del “salvataggio interno” sarebbe entrato pienamente in vigore solo a inizio 2016. Sì, proprio quel bail-in che tutti i partiti votarono e che ora tutti disconoscono.
Un figlio senza più i suoi molti padri.
 La risoluzione voluta dal governo e orchestrata da Bankitalia con la supervisione del Meccanismo unico di vigilanza europeo costrinse in pratica al fallimento (con una svalutazione draconiana degli asset deteriorati) quattro istituti che stavano messi male, ma non così male da dover chiudere per forza. Fu un’operazione che il M5S denunciò fin dal primo momento. 
La procedura costò al sistema bancario 3,6 miliardi in prima battuta. Di essi quasi due sono già andati in fumo con il valore azzerato delle quattro “banche ponte” (la tagliola sui tempi della loro vendita è un favore enorme ai potenziali compratori, leggi Ubi). Nel frattempo l’azione della Rev Gestioni crediti (la bad bank che doveva valorizzare i crediti deteriorati) non ha dato ancora frutti e addirittura abbiamo assistito a guerre e veleni intestini, sfociati nelle improvvise dimissioni della presidente, il magistrato Livia Pomodoro. 

Lo Stato, poi, ci rimetterà anche in modo diretto, perché la risoluzione contempla una garanzia di Cdp (inizialmente prevista per soli 400 milioni, salvo poi scoprire che arriva a 1,6 miliardi) sul prestito ponte fino a 4 miliardi potenziali che tre banche (Unicredit, Intesa e Ubi) misero un anno fa sul piatto in aggiunta ai contributi del sistema bancario nel suo complesso al fondo di risoluzione di Bankitalia. Soldi che sarebbero dovuti rientrare con i proventi della vendita delle quattro new bank. E che difficilmente rientreranno, dato che queste ultime hanno nel frattempo maturato quasi 4 miliardi di crediti deteriorati lordi e il candidato compratore, Ubi, punta a prenderne tre al prezzo simbolico di un euro, dovendosi accollare gli attivi deteriorati (con relativo aumento di capitale).
Il governo, compresa la portata del pasticcio, continua a infilare qui e lì dei regalini da far approvare al Parlamento che rendano meno fallimentare l’operazione e meno indigesta la minestra alle banche. Ricordate il puntello ai quattro nuovi istituti grazie al trasferimento in loro favore dei crediti fiscali generati dalle imposte anticipate differite (Dta) per le svalutazioni dei prestiti delle banche fallite? Adesso, in legge di Bilancio e nel decreto fiscale collegato, il governo ci ha provato almeno due o tre volte ad alleggerire ancora la palla al piede di Ubi e del sistema bancario. Ma il M5S ha sempre denunciato marchette che poi sono state sistematicamente bocciate o comunque respinte.
E i risparmiatori truffati? Mentre in Italia le autorità di vigilanza si muovono con estremo ritardo nell’individuare reati, abusi e nel punire i colpevoli tra banchieri e dirigenti, a un anno dalla risoluzione del 22 novembre 2015 appena 4mila piccoli investitori stanno ottenendo rimborsi soltanto parziali. Nel frattempo restano in alto mare le regole della procedura arbitrale alternativa al risarcimento forfettario e il ministero dell’Economia non ha nemmeno chiarito come questi ristori saranno tassati.
Intanto il decreto ‘salva-banchieri’ ha causato direttamente e indirettamente disagio, disperazione e persino suicidi. Una catastrofe in molti territori che si aggiunge al disastro delle due ex popolari venete, al fallimento quasi annunciato di Mps, alla nuova tragedia che si profila all’orizzonte per la Popolare di Bari e a un lungo elenco di altri casi di forti dissesti bancari, Carige in testa.
Il governo che vuole stravolgere la Costituzione non rispetta nessuno dei suoi principi fondamentali, men che meno quello della tutela del risparmio. Il M5S si schiera accanto ai truffati del salva-banchieri e punta a una vera separazione bancaria, con la vigilanza autorevole di una Banca d’Italia finalmente pubblica.